IL DIGITAL MISMATCH PUO’ ATTENDERE. COME LA SKILLS FLEXIBILITY AIUTA RECRUITER E RISORSE

Lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro è in ascesa e lo sarà sempre più. Per almeno un altro decennio. A stabilirlo i dati raccolti da centri di statistica come Anpal. Il Digital Mismatch non è solo un fenomeno che riguarda l’industria IT, ma anche, seppur in minor misura, tutti i settori dell’industria italiana.

Allineamento al nuovo mercato del lavoro e ricambio di competenze anche nei mestieri tradizionali

Le lacune di digital skills hanno un peso consistente nella domanda mai soddisfatta completamente di figure IT, ma non è il solo problema alla radice del fenomeno del Digital Mismatch. Parliamo ovviamente di uno scenario che pesa in particolar modo nel mondo dell’industria 4.0, ma che ha un seguito, ad esempio, anche nell’industria medica e agricola.

Alcune categorie di professionisti, o in attesa di divenire tali, che si propongono e vengono cercati dalle aziende o da chi per loro, sono numericamente insufficienti rispetto alla domanda – e le cause sono da ricercare non solo nella lacuna di competenze – ma anche e soprattutto nel mancato adeguamento al nuovo mercato del lavoro, che vede la sostenibilità e la digitalizzazione come le chiavi per affrontare i cambiamenti che sono già in corso.


La parola che ridonda più spesso quando si parla di Steam e Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematic) è inclusione e flessibilità, non a caso. Inclusione di competenze e flessibilità nel cambiarle.

La perdita, in un futuro prossimo, di alcune professionalità che saranno sostituite da altre, completamente inedite, ha messo in crisi l’equilibrio tra domanda e offerta di competenze. Se nell’economia globale questo problema ha avuto uno sviluppo nel lungo periodo e più diluito nel tempo – potremmo dire orizzontale – nello specifico mercato del lavoro che riguarda le professioni tecnologiche ha avuto una portata più impattante sia nel breve che nel lungo periodo, che potremmo definire sia verticale che orizzontale.

Flessibilità nell’apprendere nuove skills e fusione di conoscenze umanistiche e tecnologiche

Anno dopo anno molti dei lavori che esistono oggi saranno sostituiti da professioni che richiederanno competenze del tutto diverse o che, grazie, all’automazione, saranno a carico delle macchine. Ma il percorso da fare affinchè i cambiamenti siano effettivi,  per gli ambiti di lavoro non prettamente tecnologici, sarà graduale. Il discorso cambia per quanto riguarda i lavori come il data scientist, lo sviluppatore, il programmatore – mestieri adesso piuttosto conosciuti da chi naviga nel settore ma che subiscono – anche nella loro stessa natura e definizione, rapidi mutamenti. Questo perchè la tecnologia impone di acquisire nuove competenze e in poco tempo, a discapito di una semplificazione dei processi di recruitment.

Ci troviamo di fronte a problematiche differenti, ma che hanno un comune denominatore: una “digital obsolescence” diffusa nella formazione delle nuove professionalità, ma anche di quelle vecchie. Ogni mestiere, anche il più culturalmente lontano dal progresso tecnologico in atto, deve adeguarsi alle nuove frontiere, come quella dell’intelligenza artificiale, per non essere superato da se stesso. Le professioni tradizionali, come quella del medico o dell’agricoltore, avranno a che fare con la necessità di skills dove scienze umanistiche e tecnologiche si fonderanno per arrivare ad un equilibrio che aiuterà a sfruttare meglio i strumenti digitali. In alcuni paesi europei è già una certezza l’esigenza delle Steam, (Science, Technology, Engineering, Arts e Mathematics) il cerchio delle competenze richiesto dalla Digital Revolution e che include anche Arts – le arti. La parola che ridonda più spesso quando si parla di Steam e Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematic) è inclusione e flessibilità, non a caso. Inclusione di competenze e flessibilità nel cambiarle.

Information Technology. Il futuro è nella formazione

E le professioni IT? A chi vuole intraprendere questi mestieri il mercato offre molto, ma richiede altrettanto. Una formazione adeguata prima di tutto, che può partire dall’università ma può essere anche il frutto di un’esperienza e di skills precise e aggiornate acquisite all’interno delle aziende stesse. A parità di risultati nel lavoro, la differenza nel lungo periodo la faranno soft skills come creatività e un’attitudine alla gestione di scenari in continuo mutamento. Capacità strategiche e di visione d’insieme potranno portare nel tempo ottimi risultati.

Anche se attualmente le aziende faticano a trovare figure adeguate alle skills richieste per una effettiva indisponibilità sul mercato (e questo potrebbe far pensare a un processo di recruitment più rapido e con più chance di concludersi in positivo) a chi cerca lavoro in questo settore è consigliato di formarsi, prima di tutto, e fornire al recruiter la giusta dose di skills flexibility, per non incappare in pericolosi salti nel buio.

Auhor: Claudia Sistelli

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